Le avventure di Dodo Natale – parte I

(si suggerisce utilizzo di It’s the Most Wonderful Time of the Year“)

Pensavo che il plank fosse la cosa più difficile al mondo. O dire “li vuoi quei kiwi?” velocemente. Leccarsi i gomiti. Perdonare chi ci ha ferito. Contarsi i capelli. Fare a piedi il Camino di Santiago andata e ritorno.

Bene: posso dire con certezza che nessuna di queste attività è lontanamente paragonabile al fare un albero di Natale quando hai un dodo, o un dodo ha te.

– Guarda che quando hai un gatto è lo stesso, eh! –

No, miei cari, no. Perché il gatto, dall’alto della sua sapienza e del suo sdegno per il genere umano, attende il momento in cui l’albero è finito per distruggere i vostri sforzi. Mentre addobbate vi osserva, scodando in giro con disgusto, squadrandovi come qualcosa che nella catena alimentare si colloca tra un’ameba e uno stercorario; non partecipa, non gli interessa, poiché tanto lavoro poco si addice alle sue regali zampe. Quando poi avrete terminato, esso attenderà nell’ombra: spierà, si apposterà, celato dal buio della notte, e infine lancerà il suo attacco sul povero indifeso arbusto, spelacchiato e plasticoso, che avete comprato dal cinese perché siete troppo poveri anche per permettervi l’albero nano dell’Ikea.

Il gatto come metafora della vita, che quando aggiusti tutto ti prende a zampate solo per gioco; che ti ci fa credere fino in fondo e poi, quando hai messo pure le lucine e il pennacchio, distrugge i tuoi sogni. (NdL: la vita in fondo è bellissima, voglio che sappia che la amo. Che se mi legge se no poi si incazza e si apposta tra i rami mentre dormo…). Il gatto non da fastidio durante il processo creativo, se la prende col prodotto finito.

Il dodo, NO. Lui è curioso, ficcanaso, rompipalledinatale, convinto di essere utile o semplicemente troppo impiccione per stare con le sante zampette a posto. Sapevo che sarebbe stato complicato, ma da inguaribile ottimista quale sono, avevo sperato.

Avrei dovuto saperlo dalla musica, apparsa dal nulla mentre tiravo fuori l’armamentario: una musica sepolcrale, non saprei dire se presente solo nella mia testa o anche fuori. Ormai, con un dodo tra i piedi, potrebbe tranquillamente esserci un organista nel cassettone del letto, pronto a suonare quando si avvicinano le apocalissi. Un po’ come il violinista che mi segue da anni, e che interviene per dare maggiore enfasi alle mie facce basite.

Dicevamo: io che mi accingo a tirar fuori gli addobbi dal ripostiglio, suona il requiem, il dodo aguzza i sensi, crescendo musicale, finale con me e le scatole, faccia a faccia col pennuto.

– Coso, capiamoci: io devo decorare per Natale, ok? So che non sai cosa sia Natale, so che magari manco t’importa, ma fregamazza: a casa mia, si decora. Se non ti sta bene, puoi sempre trasferirti dai Brambilla, al piano di sopra, che non comprano nemmeno una lucina e fanno piangere pure il Grinch. Se decidi di restare, abituati a settimane di luci, pallette colorate, profumo di biscotti e Michael Bublé a palla e non azzardarti a parlarmi di consumismo e multinazionali. Intesi? –

I suoi occhi diventano una fessura, come sempre quando mi sta studiando. Giurerei che quando fa così metta le ali sui fianchi, in una posa così simile a quella di mia madre da farmi venire l’ansia, in un riflesso pavloviano. Con una specie di rauco belato di sottofondo (a volte bela, non fate domande), si avvicina lentamente a me e ai pacchi. Godzilla era più veloce, giuro. Ci osserva, ci giudica, ci annusa, come un genitore che cerca di capire se il figlio fumi di nascosto: solo che qua al posto del fumo ci sono innocue palle di Natale, fili d’angelo e lucine cinesi, che al massimo puzzano di plastica sciolta.

Mi si pianta davanti: fissa me; i pacchi; me; i pacchi; me; di nuovo me perché si sta iniziando a confondere da solo; i pacchi. E proprio mentre temo che ci vorranno altre tre ore di ‘sta manfrina, si siede a terra, a zampe aperte, come i bambini sul tappetino da gioco prima di gattonare.

Vedendo che non mi muovo, mi fa un cenno con un’ala a mezz’aria, accompagnato da un suono simile a un – Bbbbbaaah! – .

Dodo del Monte ha detto : posso decorare, purché sotto il suo sguardo vigile.

Prendo ordini da un pennuto scemo che mangia piante finte (e – SPOILER – muschio finto). E se questo vi è sembrato semplice, è perché non avete ancora visto il resto…

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