Dodos Never Say Die

Sembra ieri che io e il dodo vivevamo circondati di scatole, a fare il gioco del “trova il maglione”, stretti stretti in pochi metri quadri.
Sembra ieri perché, effettivamente, era ieri: circondati di scatole, stretti in pochi metri, ci siamo messi di nuovo a giocare a “trova il maglione”, solo che la casa non è quella di febbraio e al posto del maglione cerchiamo le t-shirt, che col caldo di questo maggio, maglione equivale a tartarughe sotto le ascelle.

La mia quarantena io l’ho passata col dodo, con tuuuutto quello che questo comporta. Si potrebbero trovare molti attributi per descriverla (bizzarra, diversa, rumorosa, snervante, eccentrica, psicologicamente-destabilizzante-che-quasi-chiamavo-la-neuro), ma sicuramente è stata piena di amore e vuota di noia. Non credo ci si possa annoiare con un animale domestico telepata, estinto, e goloso di pesce rancido (sob!).

Mi ha tranquillizzato vedere come il pennuto conservasse il suo solito aplombe, nonostante la tensione che ci circondava e la mia presenza costante: forse quando sei abituato alle minacce di estinzione… o più probabilmente, non è aplombe, è solo brillante come un cesto di vimini.
Io, dal canto mio, ho mantenuto la calma per tutto il tempo. Qualcuno millanta di avermi sentito urlare: -Moriremo tuttiiiiiiiii! – a martedì alterni; mentono per invidia, è un complotto delle multinazionali.

Non tergiversiamo e parliamo delle cose importanti, dando a Cesare quel che è di Piero, e alla gatta che va al largo un salvagente, che non si sa mai.
Io e il pollifero abbiamo fatto molte cose in questo periodo, ne abbiamo approfittato per conoscerci e studiarci. No, bugia: io non potevo uscire e lui non poteva ficcanasare per casa in mia assenza. Ci siamo dati sui nervi, questa è la verità. Ma abbiamo anche trovato tanti punti d’incontro, e ci siamo divertiti da matti. Almeno io sì, su di lui qualche dubbio ce l’ho sempre…

Ma come lo passi il tempo quando l’asocialità diventa un obbligo e hai un coinquilino come il mio? Bé, io qualche modo l’ho trovato: alternativo, magari un po’ bizzarro, ma molto molto efficace. Vediamone qualcuno:

  1. Giochi di società, in particolare gli scacchi. Si tratta di un gioco facile da oganizzare, ma sconsiglierei di farlo a persone che hanno pollame come coinquilino. Le bestie di questa specie, infatti, sembrano reagire tutte come il famoso piccione scacchista: si narra che, dopo aver spostato pezzi a caso ed essere finito sotto scacco, il sommo gettò tutto all’aria e prese a passeggiare sulla schacchiera, tronfio, affermando di aver vinto.
    Ho un emulatore nella mia casa.

  2. Sport, in particolare dodurling e salto della corda. Quest’ultimo sport, che tutti abbiamo provato almeno una volta, cadendo rovinosamente o perdendo un polmone, è un’impresa particolarmente interessante se fatta con una creatura pesante, ingombrante e agile come una nutria morta. Senza scendere nei tristi dettagli, diciamo che a un certo punto mi sono ritrovata con una braciola di dodo.
    Il dodurling, invece, è una rivisitazione del più noto curling in cui, al posto della teiera di granito (dalla regia mi dicono che… non è una teiera? ah, no? Ah.), si usa il dodo. Per agevolare lo scivolamento, ovviamente, è stata predisposta una pista di sacchi per l’immondizia, debitamente ricoperti di acqua e sapone. Attenzione a non mettere muri o cancelli all’estremità: se non siete pratici nel rallentamento, vi ritrovate il logo MGM con un becco al posto di una criniera.

  3. Canzoni dal balcone. Lo facevano tutti, come facevo a spiegargli che non si può? E così l’ho bardato meglio che potevo (alla fine sembrava E.T., che fingeva di essere Gertie, che fingeva di essere un fantasmino), e l’ho portato sul balcone a cantare. Avrebbe potuto scegliere Azzurro, o Il cielo è sempre più blu, e invece no: ha cantato la colonna sonora di Indiana Jones, con il suo solito immancabile “Blblblblbl”. Dovreste sentirlo…

  4. Momento Masterchef. Come tutta Italia, anche io e il dodo abbiamo sentito l’esigenza di metterci a cucinare, per un motivo basilare e molto mainstream: la fame. E così, mentre un paese intero diventava panettiere e pizzaiolo, noi due ci siamo dati alle marmellate, ai liquori – a ciascuno il suo – e alla pasta fatta in casa. Segnalo che, ad oggi, nessuno è rimasto intossicato nel processo. Vorrei ritagliarmi un secondo per ricordare quel meraviglioso momento in cui il dodo ha tentato di impastare farina e acqua per fare gli gnocchi. Mi ha obbligata a mettere una sedia contro la cucina, perché potesse salire e vedere; si è tirato su le maniche – di abiti che NON HA! – e ha iniziato ad impastare come se stesse massaggiando qualcuno. Dieci minuti dopo, era giù dallo sgabello che sbraitava in dodese, agitandosi per casa, perché aveva tutte le piume appiccicate. Mi ci sono volute due ore di spazzola e acqua tiepida per ripulirlo.

  5. Tessitura assistita. Se c’è una cosa in cui il pennuto è portato, quelle sono le attività che coinvolgono i filati. Non si sa perché, non si sa come, eppure è una delle sue doti segrete. Ho approfittato, gli ho messo in mano un gomitolo, e abbiamo iniziato ad intrecciare. Dovrei dire HA iniziato ad intrecciare, perché in fondo io sono rimasta seduta in poltrona, a guardare Netflix, limitandomi a far passare il filo in orizzontale, mentre lui sollevava i fili verticali. Alla fine, senza nemmeno sapere come, è venuto fuori un Van Gogh.

    Di base, teniamo duro e non ci facciamo abbattere: siamo dei sopravvissuti, l’estinzione non fa per noi, e questo è solo un altro capitolo della storia. Dodos Never Say Die.

    Ci siamo fatti una promessa, in queste settimane: al prossimo Capodanno brindisi banditi; molliamo tutti e ce ne andiamo a festeggiare su uno yacht, cantando
    Maracaiboooo
    balla al barracudaaaaa
    si ma balla nudaaaaaa,
    Zaza.

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