Viola giramondo

Particolarmente indicato per:
Chi viaggia, con la mente, col cuore e poi coi piedi, conservando l’animo puro e la capacità di sorprendersi davanti alla bellezza.

Cosa ci troverò?
Amicizia, famiglia, amore, lealtà. Ci troverai un circo di gente bizzarra, persone che si sono un po’ scelte un po’ trovate, e che insieme hanno costruito ricordi per sentirsi meno stranieri.


Viola è un fiore, un colore, uno strumento; è una bambina con gli occhi grandi in cui entra un mondo intero, quello che percorre in lungo e in largo con la sua famiglia di circensi un po’ rattoppati. Mamma francese, papà olandese, è una giovane cittadina del mondo che ama collezionare sassi, perché è un po’ come avere l’intero mondo in una stanza.

E, in mezzo a tante ragazzine che devono crescerere in fretta per salvare sé stesse e gli altri – penso a Eleven di Stranger Things – ci offre un mondo diverso, una possibilità diversa, una purezza di sguardi e intenti che fa prendere aria al cuore. Non corre, non si affretta, si muove serena; non scappa, né deve proteggersi, c’è chi si prende cura di lei. Le è concesso di essere bambina, e di contagiare gli altri coi colori che porta dentro.

Viola giramondo, Bao Publishing

Dove puoi leggere la sua storia?

La trovi in Viola giramondo, una graphic novel del 2014, la prima di una serie di meravigliose perle del duo Turconi/Radice (come lo è del resto la Viola in carne e ossa, figlia degli autori, da cui il personaggio prende il nome). La novel, edita da Bao Publishing, di recente è stata ripubblicata in una nuova edizione, con una storia aggiuntiva e del bellissimo materiale extra (NOTA: il link NON è affiliato, non ci guadagno nulla, manco un’edizioncina variant).

Perché dovresti leggerla?

Be’, magari perché non hai i soldi per fare quel viaggio intorno al mondo che tanto sogni (credimi, ti capisco!): in quel caso, ci pensa Viola a portarti da Parigi, a New York, e poi a Providence, Halifax, e ancora a Venezia e sull’Himalaya e ad Amsterdam e in India.

O perché sognavi di partire col circo, e vivere in un mondo oltre i limiti di ciò che è noto, in cui magia presunta e reale abilità si amalgamano perfettamente per dare forma ai sogni più assurdi. E invece hai un lavoro precario che odi, vivi in un sottoscala di 20mq e ti chiedi ogni giorno perché insisti per una strada che non è tua.

O ancora perché ti senti straniera o straniero, che sia nella tua città, nel tuo Paese, al lavoro, nella tua cerchia di amici, o semplicemente nella tua pelle. Be’, anche in quel caso, il Circo de la Lune ti mostrerà come sia possibile sentirsi a casa quando si è nel posto giusto; del resto, come dice nonno Tenzin, essere straniero tra stranieri non è forse il modo migliore per sentirsi tutti fratelli?

Trama e personaggi

Il sipario si apre sulla Parigi del 1893, la città in cui il Circo de la Lune ha visto la luce, molti anni prima. Viola Vermeer ha una decina d’anni e la testa non tra le nuvole, ma tra i tramonti, visti ognuno in un posto diverso. Viaggia a bordo del suo carrozzone colorato, circondata di libri, pezzi di stoffa con cui ama creare cose, piccoli oggetti raccolti qua e là, e dell’amore della sua famiglia allargata.

Infatti, pur essendo meno corale di altri lavori di Turconi e Radice – penso a Il porto proibito, in cui molti personaggi avevano spazi dedicati -, Viola giramondo riesce comunque a regalarci delle figure che non si limitano a fare da comparse per riempire il vuoto di fondo, ma aggiungono carattere e ricchezza emotiva al testo.

Come non innamorarsi di mamma Amélie, donna cannone dal fisico importante e dalla sfrenata passione per i dolci? O di papà Konrad, entomologo minuto e un po’ svagato, riciclatosi domatore di insetti per seguire l’amore della sua vita? E poi c’è lo zio Arsène, burbero ma con un amore indescrivibile per quella sua nipotina un po’ stramba. Ancora, Samir e Fatima, fratello e sorella, che si sono aggiunti al gruppo in quel di Damasco, insieme allo scimmione Sindbad. E l’orchestrina, e Gennaro che cammina sul filo, e i clown, e tutti gli altri, su cui Noce Moscata e nonno Tenzin vegliano costantemente. Persone diverse che, come dice Viola stessa, lavorano insieme per creare qualcosa di cui nessuno, da solo, sarebbe capace.

Cosa ha lasciato a me

Come sempre nei lavori di questi due autori, i riferimenti a vari ambiti dell’arte e della letteratura non mancano. Si citano La dodicesima notte di Shakespeare, che offre lo spunto per il nome della protagonista, e Le mille e una notte, con lo scimmione che non a caso si chiama Sindbad. Senza contare poi degli special guest di tutto rispetto: il compositore ceco Antonín Dvořák, che diresse il Conservatorio Nazionale di New York e, non a caso, suonava anche la viola, e il pittore francese Henri de Toulouse-Lautrec, notoriamente amante di ultimi, diseredati, e di chiunque sentisse di “non appartenere” in un luogo.

Riassumendo, Viola giramondo è e da molte cose, ma ce ne sono tre che mi sono piaciute particolarmente:

1. è un viaggio in cui, per una volta, quello che conta non è la mèta – anche perché sarà subito seguita da un’altra, come succede nella vita – ma il viaggio stesso, ciò che scegliamo di fare del tempo che ci è dato. Infatti, è una storia che non inizia e non finisce, o almeno non nel senso canonico del termine. Ci è dato di vedere uno spaccato di vita, e poi chissà…

2. non solo non importa dove vai, non conta neppure da dove vieni: una volta che il Circo ti adotta, la tua lingua diventa la loro e la tua storia non sarà mai più inascoltata.

3. colore, colore, colore. Ogni pagina è un’esplosione così forte e bella da ricordarmi le cassette di pastelli che adocchiavo bramosa da bambina (l’hai fatto anche tu, di’ la verità?). Un colore che vive in mezzo ai colori.

E così, mentre Viola apprende le lezioni che la vita le insegna, incluse quelle più dolorose, apprendiamo qualcosa anche noi. Che ci vuole poco, a unire le persone: puoi avere un’orchestrina con sei musicisti che provengono da altrettanti Paesi, e lasciare che la musica permetta loro di capirsi.
Che la nostra vita è in mano nostra, e possiamo sceglierne di farne un’opera d’arte.
E che trattieni veramente solo quando lasci andare.

L.


Pane, amore e Dawson’s Creek

– E allora che cosa siamo, Dawson?-

Ed eccolo, l’inizio della fine. Il punto di non ritorno, quello che segnerà per sempre i nostri destini sentimentali di trentenni e poco-più-che-trentenni; il momento in cui quella spilungona di Joey Potter chiede al suo scialbo amico d’infanzia di definire il loro rapporto. Stagione 1, puntata 13. Un disastro annunciato.

Ma andiamo per ordine, e capiamo come siamo arrivati fin qui: è estate, fa caldo e, all’indomani di una frequentazione finita, mi sono ritrovata a condurre le mie personali riflessioni sulla mia generazione e i rapporti, principalmente (ma non solo) amorosi. Noi over 30 sembriamo spaesati più di un branco di capre in autostrada, e dovranno pur esserci delle spiegazioni: sarà stato l’olio di palma nelle merendine? I metalli tossici che abbiamo aspirato insieme al Crystal Ball? Sarà stata l’influenza di Chernobyl? O gli effetti socioeconomici della Guerra del Golfo?
Assorbita da queste domande e dal mio bicchiere di orzata fredda, ho pensato bene di lanciarmi in un rilassante rewatch estivo: volevo tornare ai bei tempi in cui ero adolescente, in vacanza dalla scuola e bombardata dalle repliche su tutti i canali Mediaset, quando Italia Uno usava “Vamos a bailar” di Paola e Chiara per pubblicizzare le cose che avrebbe trasmesso a settembre. I tempi in cui per una nuova stagione occorreva aspettare MESI.
Ed è stato così, scorrendo tra i titoli di Netflix, che sono finita in quel buco nero che è il Creek di Dawson. Di nuovo.

Logo del teen trauma di fine anni ’90

Poche puntate, e il creek è diventato un cric che mi ha colpito sul lobo frontale: come potevamo venir su emotivamente stabili se a formare il nostro senso delle relazioni ci hanno messo Dawson’s Creek? Già, di base, non c’è mai stato un teen drama che rappresentasse realmente gli adolescenti a cui si rivolgeva: succede ogni volta che qualcuno scrive di ciò che pensa di sapere e non di ciò che sa (adulti che scrivono dell’essere adolescenti, uomini che scrivono dell’essere donna, americani caucasici che scrivono dell’essere afroamericani, e così via). Ma non bastava questo, no: a noi è andata peggio.

Quelli un po’ più grandi di noi hanno avuto il bello e dannato in giacca di pelle, le reginette della scuola belle e bionde e gli amici un po’ sfigati, che si muovevano incerti tra il Peach Pit e gli eccessi di Beverly Hills; quelli un po’ più giovani di noi abbordavano le Marisse Cooper del mondo con l’intramontabile e spavaldo “Chiunque tu vuoi che io sia”; quelli ancora un po’ più giovani, imparavano l’amore tossico da Chuck e Blair, che si prendevano e lasciavano continuamente sullo sfondo dell’Upper East Side. Un po’ come Carrie e Big, ma con vent’anni in meno e molti soldi in più.
E noi?

Noi eravamo lì, intenti a evadere dalle nostre asfissianti cittadine di provincia, quando qualcuno ne ha presa una che le racchiudeva tutte e ce l’ha sparata in prima serata, dicendoci “ecco, questi siete voi, parliamo di voi!”.
Così ci sono toccate estenuanti sessioni di psicoterapia televisiva a basso costo, costanti ricerche di sè stessi – che poi, a sedici anni, chi si è mai trovato? -, pipponi mentali indegni perfino degli Harmony più brutti, e una pesantezza emotiva che non auguro a nessun adolescente.

E, giusto alla fine della prima stagione, proprio nell’ultima puntata, dopo ore di sfibranti battibecchi e autoanalisi, ecco iniziare le nostre crisi esistenziali: Joey chiede a Dawson cosa siamo?, aprendo la strada a un’intera generazione di donne che faranno la stessa domanda, più e più volte, solo per sentirsi rispondere con gli stessi monosillabi spezzati e la faccia di un cervo che vede avvicinarsi i fari della jeep che lo investirà.

Anni dopo, mentre “persino Spielberg ha superato il complesso di Peter Pan”, i Dawson della nostra vita continuano a fare i Dawson, con i loro urticanti faccini lacrimosi, i capricci da figlio unico viziato e l’incapacità di prendersi delle responsabilità – i geni del buon Mitch Leery devono aver saltato una generazione, o non si spiega. E noi lì, ancora e ancora, a fare le eterne Joey Potter, novelle Wendy di fine anni ’90 che anzichè attendere Peter alla finestra si arrampicano su per la sua, con meno eleganza, meno creatività e un mucchio di drammi in più dell’originale.

E quando finalmente rinsaviamo e usciamo da questo eterno loop di indecisione e paralisi, facciamo l’unica cosa saggia, quella che andava fatta fin dall’inizio. Scegliamo Pacey.


Il Porto Proibito

Particolarmente indicato per:
Sognatori e sognatrici con una passione per le atmosfere marinaresche.

Cosa ci troverò?
Poesia, coraggio, lo scroscio delle onde sulla riva, la potenza dell’oceano che chiama, il dolore della perdita, la dolce nostalgia del ricordo.


Ho sempre pensato che giungessimo ai libri – o i libri giungessero a noi – nel momento esatto in cui avevamo bisogno di loro; non so se valga per tutti o solo per i lettori accaniti, quelli che si curano a colpi di carta stampata, ma c’è una sorta di magia nel modo in cui le storie ti trovano esattamente quando serve.
Ecco, con Il porto proibito è stato esattamente così: mi ha trovata naufraga in alto mare e in qualche modo mi ha riportata a casa, prima ancora che mi rendessi conto di essere alla deriva.

Che cos’è, esattamente?

Si tratta di una graphic novel del 2015, figlia della collaborazione – artistica e non – tra Stefano Turconi e Teresa Radice, edita da Bao Publishing (e che consiglio di acquistare nella bellissima Artist Edition, se ancora si trova!). Nel 2016, la novel ha vinto il Gran Guinigi a Lucca Comics & Games come “Miglior Graphic Novel” e il Premio Micheluzzi al Napoli Comicon come “Miglior Fumetto”.

Perché dovresti leggerlo?

Innanzitutto per scoprire il mistero legato al porto proibito, un luogo non-luogo, un posto dell’anima che appare e scompare nella nebbia. Non tutti possono vederlo giacché, come dice il vecchio marinaio Monroe, chi l’ha raggiunto non è di certo tornato per raccontarlo. Perché non sei tu che scegli di entrare al Porto… è il Porto che sceglie te.

A Plymouth, nel 1807, Abel, giovane naufrago senza memoria, e Rebecca, tenutaria del Pillar to Post, il bordello locale, incroceranno per caso i loro cammini e si riconosceranno, perché entrambi sono passati dal porto ed entrambi vi dovranno fare ritorno…

Ma Il porto proibito non è la storia di Abel, né di Rebecca: è una storia corale, à la Altman, in cui ogni figura contribuisce a costruire un mosaico affascinante, vivido, complesso e terribilmente umano. Quello che Turconi e Radice creano è un modo brulicante di personaggi, familiari ed esotici al tempo stesso, che ti entrano dentro con tanta forza da spingerti a prendere una pala per scavare nei loro passati e trovare il tesoro che portano con sé. Da dove vengono? Quali strade hanno calpestato? Che ne sarà di loro quando l’ultima pagina sarà stata voltata?

I personaggi

Ci sono le ragazze del Pillar to Post – a cui, per giunta, sono già stati dedicati due meravigliosi spin-off, Le ragazze del Pillar I e II -, bellissime, profumate (anche i profumi riescono a raggiungerti da queste pagine), con corpi morbidi e anime di metallo, che si guardano le spalle quasi come sorelle. Con i suoi capelli di fuoco e una spiccata passione per la poesia, è Rebecca a tenerle unite e a proteggerle da quel mondo crudele che le ha messo negli occhi una tristezza che nessuno può sciogliere né capire.

Ci sono le tre sorelle Stevenson, con la loro fede incrollabile e ingenuità disarmamante, occupate a mandare avanti a fatica la locanda di famiglia dopo che il loro padre, il Capitano Stevenson, è fuggito – così si dice – con un tesoro, tradendo la patria e l’equipaggio della HMS Explorer.

C’è Nathan McLeod, il capitano di quella Last Chance che ha salvato Abel dai flutti, un omone grande e grosso, con il cuore vasto quanto l’oceano intero. Ama la bella Rebecca di un amore puro, che lei ricambia con la stessa intensità. Sono i loro gli sguardi più belli e intensi della novel. E sono sue, di Nathan, le parole che più mi sono risuonate dentro la prima volta che ho sfogliato queste pagine.
Parlando con il suo vice, Yasser Allali, McLeod racconterà di come per anni abbia desiderato essere come il mare, libero e slegato da tutto: perché se non hai a cuore nulla resti inattaccabile dalle tragedie, inaffondabile. E poi a un certo punto succede, e te ne rendi conto: ero pieno, pieno di… mancanza. Mi ero riempito di assenze, e mi pesavano addosso senza che riuscissi a scrollarmele via perché… come puoi liberarti di quel che non hai?

Cosa ha lasciato a me

Da L’isola del Tesoro a Master and Commader, dalle sea shanties dimenticate a Wordsworth e Coleridge, da Shakespeare alla Bibbia, tutto ciò che sul mare e del mare è stato scritto, detto, composto o musicato confluisce in qualche modo qui, arriva fino al porto proibito, e ne fa la sua casa. La matita soave di Stefano Turconi plasma per noi un mondo in bianco e nero, nato dai rottami recuperati tra i naufragi del tempo, e ne fa velieri, pirati, mari in tempesta, cittadine di mare, il tutto disposto con grazia estrema in tavole di una bellezza sconvolgente; la penna potente di Teresa Radice lo popola di storie così vere e umane e affascinanti che mi spingono a tornare a Plymouth periodicamente, sulle note di violini e vecchie ballate, come un appuntamento a cui non posso mancare.

Nelle ultime pagine ho trovato una delle lettere d’amore più belle che potessi leggere, e una promessa: coloro che amiamo e abbiamo perduto non sono più là dov’erano, ma dovunque noi siamo.
A te, che non sei finit* qui per caso, dico fatti un favore e sfoglia queste pagine. E dopo, solo dopo, spiega le vele.

L.


Dodos Never Say Die

Sembra ieri che io e il dodo vivevamo circondati di scatole, a fare il gioco del “trova il maglione”, stretti stretti in pochi metri quadri.
Sembra ieri perché, effettivamente, era ieri: circondati di scatole, stretti in pochi metri, ci siamo messi di nuovo a giocare a “trova il maglione”, solo che la casa non è quella di febbraio e al posto del maglione cerchiamo le t-shirt, che col caldo di questo maggio, maglione equivale a tartarughe sotto le ascelle.

La mia quarantena io l’ho passata col dodo, con tuuuutto quello che questo comporta. Si potrebbero trovare molti attributi per descriverla (bizzarra, diversa, rumorosa, snervante, eccentrica, psicologicamente-destabilizzante-che-quasi-chiamavo-la-neuro), ma sicuramente è stata piena di amore e vuota di noia. Non credo ci si possa annoiare con un animale domestico telepata, estinto, e goloso di pesce rancido (sob!).

Mi ha tranquillizzato vedere come il pennuto conservasse il suo solito aplombe, nonostante la tensione che ci circondava e la mia presenza costante: forse quando sei abituato alle minacce di estinzione… o più probabilmente, non è aplombe, è solo brillante come un cesto di vimini.
Io, dal canto mio, ho mantenuto la calma per tutto il tempo. Qualcuno millanta di avermi sentito urlare: -Moriremo tuttiiiiiiiii! – a martedì alterni; mentono per invidia, è un complotto delle multinazionali.

Non tergiversiamo e parliamo delle cose importanti, dando a Cesare quel che è di Piero, e alla gatta che va al largo un salvagente, che non si sa mai.
Io e il pollifero abbiamo fatto molte cose in questo periodo, ne abbiamo approfittato per conoscerci e studiarci. No, bugia: io non potevo uscire e lui non poteva ficcanasare per casa in mia assenza. Ci siamo dati sui nervi, questa è la verità. Ma abbiamo anche trovato tanti punti d’incontro, e ci siamo divertiti da matti. Almeno io sì, su di lui qualche dubbio ce l’ho sempre…

Ma come lo passi il tempo quando l’asocialità diventa un obbligo e hai un coinquilino come il mio? Bé, io qualche modo l’ho trovato: alternativo, magari un po’ bizzarro, ma molto molto efficace. Vediamone qualcuno:

  1. Giochi di società, in particolare gli scacchi. Si tratta di un gioco facile da oganizzare, ma sconsiglierei di farlo a persone che hanno pollame come coinquilino. Le bestie di questa specie, infatti, sembrano reagire tutte come il famoso piccione scacchista: si narra che, dopo aver spostato pezzi a caso ed essere finito sotto scacco, il sommo gettò tutto all’aria e prese a passeggiare sulla schacchiera, tronfio, affermando di aver vinto.
    Ho un emulatore nella mia casa.

  2. Sport, in particolare dodurling e salto della corda. Quest’ultimo sport, che tutti abbiamo provato almeno una volta, cadendo rovinosamente o perdendo un polmone, è un’impresa particolarmente interessante se fatta con una creatura pesante, ingombrante e agile come una nutria morta. Senza scendere nei tristi dettagli, diciamo che a un certo punto mi sono ritrovata con una braciola di dodo.
    Il dodurling, invece, è una rivisitazione del più noto curling in cui, al posto della teiera di granito (dalla regia mi dicono che… non è una teiera? ah, no? Ah.), si usa il dodo. Per agevolare lo scivolamento, ovviamente, è stata predisposta una pista di sacchi per l’immondizia, debitamente ricoperti di acqua e sapone. Attenzione a non mettere muri o cancelli all’estremità: se non siete pratici nel rallentamento, vi ritrovate il logo MGM con un becco al posto di una criniera.

  3. Canzoni dal balcone. Lo facevano tutti, come facevo a spiegargli che non si può? E così l’ho bardato meglio che potevo (alla fine sembrava E.T., che fingeva di essere Gertie, che fingeva di essere un fantasmino), e l’ho portato sul balcone a cantare. Avrebbe potuto scegliere Azzurro, o Il cielo è sempre più blu, e invece no: ha cantato la colonna sonora di Indiana Jones, con il suo solito immancabile “Blblblblbl”. Dovreste sentirlo…

  4. Momento Masterchef. Come tutta Italia, anche io e il dodo abbiamo sentito l’esigenza di metterci a cucinare, per un motivo basilare e molto mainstream: la fame. E così, mentre un paese intero diventava panettiere e pizzaiolo, noi due ci siamo dati alle marmellate, ai liquori – a ciascuno il suo – e alla pasta fatta in casa. Segnalo che, ad oggi, nessuno è rimasto intossicato nel processo. Vorrei ritagliarmi un secondo per ricordare quel meraviglioso momento in cui il dodo ha tentato di impastare farina e acqua per fare gli gnocchi. Mi ha obbligata a mettere una sedia contro la cucina, perché potesse salire e vedere; si è tirato su le maniche – di abiti che NON HA! – e ha iniziato ad impastare come se stesse massaggiando qualcuno. Dieci minuti dopo, era giù dallo sgabello che sbraitava in dodese, agitandosi per casa, perché aveva tutte le piume appiccicate. Mi ci sono volute due ore di spazzola e acqua tiepida per ripulirlo.

  5. Tessitura assistita. Se c’è una cosa in cui il pennuto è portato, quelle sono le attività che coinvolgono i filati. Non si sa perché, non si sa come, eppure è una delle sue doti segrete. Ho approfittato, gli ho messo in mano un gomitolo, e abbiamo iniziato ad intrecciare. Dovrei dire HA iniziato ad intrecciare, perché in fondo io sono rimasta seduta in poltrona, a guardare Netflix, limitandomi a far passare il filo in orizzontale, mentre lui sollevava i fili verticali. Alla fine, senza nemmeno sapere come, è venuto fuori un Van Gogh.

    Di base, teniamo duro e non ci facciamo abbattere: siamo dei sopravvissuti, l’estinzione non fa per noi, e questo è solo un altro capitolo della storia. Dodos Never Say Die.

    Ci siamo fatti una promessa, in queste settimane: al prossimo Capodanno brindisi banditi; molliamo tutti e ce ne andiamo a festeggiare su uno yacht, cantando
    Maracaiboooo
    balla al barracudaaaaa
    si ma balla nudaaaaaa,
    Zaza.

Dodo in scatola

Houston, abbiamo un problema.
Il mio dodo domestico – dodomestico, per semplicità – non vuole traslocare. Non che io glielo abbia chiesto, figuriamoci; era previsto che accadesse, e non ho pensato fosse un problema per lui. Mi ero illusa che, come qualunque altro animale da compagnia, si sarebbe limitato ad osservarmi e ci avrebbe messo un po’ ad abituarsi al nuovo ambiente; di certo non avevo valutato di coinvolgerlo nel processo decisionale. Ma no, lui no: quando ha intuito cosa stava accadendo, si è messo di punta e ha iniziato le proteste.

Tutto è cominciato quando mi ha visto fare i primi pacchi: all’inizio ha pensato si trattasse di un nuovo gioco e ha fatto amicizia con gli scatoloni, studiandoli da vicino con fare profondamente felino. Per ore, mentre fissavo abbattuta la mole immensa di cose che devo impacchettare – pur vivendo in un monolocale sono riuscita ad espandermi come l’universo, e come l’universo continuo a farlo – il palmipede ha giocato sereno, credendo di nascondersi e di stupirmi ogni volta, ignaro del fatto che, se non si accovaccia, il suo sederone esce dai cartoni, tradendolo.

A un certo punto, quella misera lampadina sbeccata che ha nel cervello deve aver fatto contatto: ha capito che in quegli scatoloni ci stavo mettendo cose, le mie cose, e in un attimo mi ha dichiarato guerra.
Gli occhi si sono istantaneamente ridotti a due fessure, l’andatura si è fatta fiera e marziale e, in men che non si dica, me lo sono ritrovato con lo scolapasta in testa e il bastone appendiabiti in mano, a sorvegliare la cabina armadio.

Ora, io ho un lavoro, una vita, una quotidianità, a tratti perfino una vita sociale… non posso vivere in balìa di un pennuto folle, che prende decisioni su cose che non sa e non comprende! Eppure, sono giorni che devo mettere sempre gli stessi vestiti – quelli che avevo tirato fuori prima della guerra – perché nella mia cabina armadio non ci posso più entrare. La sentinella non mi lascia passare.

Per aggirare il problema, ho iniziato a mettere negli scatoloni il resto delle cose, ma la guerra è guerra: appena mi distraevo, andava e toglieva quello che avevo messo dentro. Basta, non può andare avanti così, è tempo di finirla.

Eccoci qui, in trenta metri quadri pieni di scatole e cianfrusaglie, a fissarci in cagnesco – io, lui mi fissa in dodesco. Prendo un oggetto e lo metto nella scatola, senza interrompere il contatto visivo. Lui lo prende e lo sposta, facendo altrettanto. Ripeto; ripete. Andiamo avanti così per mezz’ora, due imbecilli che evidentemente non hanno di meglio da fare.

– Ma insomma! Lo vuoi capire o no che dobbiamo lasciare questo appartamento? Non è più nostro, andremo a vivere da un’altra parte; è inutile che insisti. Che diamine insisti poi, si può sapere? –
– A me piace qui, ormai ci ho fatto l’abitudine. Non voglio andare da un’altra parte –
– Ho capito, anche io ci ho fatto l’abitudine, e non credere che mi piaccia fare traslochi… ma tocca cambiare. Il cambiamento non è mai facile, però è parte della vita. Questo lo sai, sì? –
Guarda il pavimento, strusciando una zampetta in cerchio, in uno strano momento introspettivo. Mi siedo accanto a lui, sospirando.
– Senti, lo so che ti mancherà questo buco d’inferno, mancherà anche a me dopotutto. Mi ci sono affezionata, che credi? Ci ho vissuto per un po’, ci sono pezzettini di me sparsi tra le mura e le fughe del pavimento: in questi mesi ci sono stata felice e triste, ci ho sognato; è qui che sono cresciuti i miei progetti, ed è qui che mi hai trovata e siamo diventati… una famiglia –
Mi guarda con degli occhioni tenerissimi, da Gatto con gli Stivali, che non credevo di avergli mai visto prima.


– Sì, dai, lo sai che siamo una specie di famiglia. E questo non cambierà, anche se dormiremo sotto un nuovo tetto. Avrai perfino più spazio per te, pensa! –
– Mmh. Mi prometti che ci saranno delle piante? –
– Ci saranno tutte le piante che vuoi, vere e finte –
– E potrò dormire nel tuo armadio, ogni tanto? –
– Troveremo un modo –
– Dodo? Chi ha detto dodo??? Eccomi, sono io! Bbbbbbbbaaaaaah! –

Spalanca le ali e corre per la stanza, travolgendo tutto quello che incontra.
A volte sembra folle – e in parte lo è davvero -, ma stavolta voleva solo farmi capire che ci sta, senza dirmelo apertamente. Un dodo orgoglione, il MIO dodo orgoglione.

Sarà una nuova, bella avventura insieme, questa. Speriamo solo non voglia essere inscatolato insieme al resto…