Le avventure di Dodo Natale – parte II

La vita è davvero una questione di attimi, piccoli frammenti di infinito che bastano a cambiare tutto, per sempre. Il tempo che intercorre tra prendere la metro o perderla; tra bere con gli amici e scrivere ubriachi ai vostri ex; tra aprire o no la porta di casa, in una rara sera in cui avete deciso di portare giù carta e cartone.

Se quella sera avessi deciso di farci il fortino con i cartoni – opzione peraltro validissima – invece di assecondare un momento di adultità, forse questo Natale avrei fatto l’albero in pace e il mio gnomo non avrebbe cicatrici.

Andiamo per ordine: eravamo rimasti al pollo che dava l’ok a procedere con le decorazioni natalizie, purché sotto la sua supervisione. Non è che fossi molto convinta, ma di alternative non ce n’erano: per prima cosa, la creatura piumodotata era ormai elettrizzata dal progetto, e di sedarlo non se ne parla; in secondo luogo, dicembre da me significa decorare tutto, le finestre, i mobili, l’albero, i quadri, i divani, la tazza del water, il portone, la signora sotto al portone, l’idrante di fianco al portone. Mi sono ripromessa che il dodo non avrebbe cambiato le mie abitudini, e un paio di volte all’anno cerco di essere coerente con quello che mi riprometto…

Quindi, con immenso coraggio ho posato a terra gli scatoloni, l’ho guardato severamente minacciandolo col dito, quindi ho iniziato ad aprire. Un secondo dopo, i suoi occhi a palla erano a mezzo centimetro dalla scatola.
– Senti, genio incompreso, se metti il becco là lo capisci che non riesco ad aprire la scatola? –
Mi ha guardato, senza spostare la testa da dov’era, facendo una rotazione che io mi ci sarei giocata la cervicale, emettendo uno dei suoi quasi-belati lenti e rauchi.
– Lo vedi che se ci sei tu davanti non si apre? O resta chiuso o ti do una scatolata in un occhio. Vuoi una scatolata in un occhio?-
Blblblblblb – e incerto ha alzato la testa, solo quel tanto che bastava ad aprire la scatola, continuando a lanciarmi occhiate indagatrici. Non è convinto che lo lascerò partecipare, e a quanto pare ‘sta cosa del Natale affascina pure lui.

Ho tirato fuori le prime palline con terrore, certo che sarebbe piombato su di me o su di loro blaterando a caso e rompendo tutto. Invece no: mi ha osservato, intelligente come sempre, e ha aspettato di vedere cosa facessi. Così, un po’ più tranquilla, ho iniziato a mettere qualche pallina sul triste albero cinese; lui, in silenzio, guardava, ripercorrendo i miei passi dalla scatola all’albero.

Dopo qualche minuto, l’ho visto brillare (non come in Twilight, ma di gioia); aveva capito il meccanismo, quindi ora poteva partecipare. Eh.
Io a volte me lo chiedo se siamo spiati nelle nostre case. No, perché se lo siamo, quel giorno qualcuno ha riso di certo, vedendo me con le corna da renna e il dodo col cappello di Babbo Natale, che decoravamo un albero striminzito, canticchiando – io – e grugnendo – lui – sulle note di Bing Crosby, litigando di tanto in tanto sulla posizione delle decorazioni. Perché ovviamente il mio dodo ha anche delle preferenze sulla collocazione delle palline, non sia mai poi si guasta l’armonia…

Siamo andati avanti così per circa 30 palle, due scatole di funghetti rossi (che ha prontamente tentato di mangiare), una fila di lucine, un pacco di fili d’angelo, 6 stelle, 7 angioletti e un pennacchio. Poi è stata la volta del presepe, che a casa mia è inclusivo: tra gli altri possiamo trovare una Winx, dei Puffi, un Power Ranger, un soldatino a cui manca una gamba, un Fiammiferino calvo e una Polly Pocket rimasta senza casa: dopotutto, se vogliamo credere che il bambinello sia venuto a portare speranza, la porta a tutti, non solo a quelli belli e in scala.

Un po’ di muschio qua e là, muschio tra la mucca, l’asino e la giraffa (anche lei presente); muschio sul bordo del laghetto; muschio nel camino, pure se si ottura; muschio in bocca al dod- No, sputa che ti fa male!!!-
Ok, niente neve spray: con tutti i metalli pesanti che ci sono, mi manca solo che il pennuto la sniffi e diventi superdodo. No.

Stava andando tutto bene – quanto può esserlo una situazione del genere – finché dalla scatola non è emerso lo gnomo rosso barbuto che metto vicino al termosifone. Non credo di aver mai visto il dodo tanto arrabbiato: ha lanciato un grido di guerra e si è avventato sul povero gnomo, beccandolo ripetutamente prima che riuscissi a toglierglielo dalle piume. L’ho ricucito e ho spiegato al coso che non è una minaccia: si è calmato, ma quando gli passa davanti ancora gli lancia occhiatacce, blaterando a bassa voce, col cappello di Babbo Natale sulle ventitrè. Cappello con cui, ormai, dorme.

Natale con Mossad-dodoit’s the most wonderful time of the yeaaaaaaaaaaaar!
(alcool, mi serve molto alcool).

Le avventure di Dodo Natale – parte I

(si suggerisce utilizzo di It’s the Most Wonderful Time of the Year“)

Pensavo che il plank fosse la cosa più difficile al mondo. O dire “li vuoi quei kiwi?” velocemente. Leccarsi i gomiti. Perdonare chi ci ha ferito. Contarsi i capelli. Fare a piedi il Camino di Santiago andata e ritorno.

Bene: posso dire con certezza che nessuna di queste attività è lontanamente paragonabile al fare un albero di Natale quando hai un dodo, o un dodo ha te.

– Guarda che quando hai un gatto è lo stesso, eh! –

No, miei cari, no. Perché il gatto, dall’alto della sua sapienza e del suo sdegno per il genere umano, attende il momento in cui l’albero è finito per distruggere i vostri sforzi. Mentre addobbate vi osserva, scodando in giro con disgusto, squadrandovi come qualcosa che nella catena alimentare si colloca tra un’ameba e uno stercorario; non partecipa, non gli interessa, poiché tanto lavoro poco si addice alle sue regali zampe. Quando poi avrete terminato, esso attenderà nell’ombra: spierà, si apposterà, celato dal buio della notte, e infine lancerà il suo attacco sul povero indifeso arbusto, spelacchiato e plasticoso, che avete comprato dal cinese perché siete troppo poveri anche per permettervi l’albero nano dell’Ikea.

Il gatto come metafora della vita, che quando aggiusti tutto ti prende a zampate solo per gioco; che ti ci fa credere fino in fondo e poi, quando hai messo pure le lucine e il pennacchio, distrugge i tuoi sogni. (NdL: la vita in fondo è bellissima, voglio che sappia che la amo. Che se mi legge se no poi si incazza e si apposta tra i rami mentre dormo…). Il gatto non da fastidio durante il processo creativo, se la prende col prodotto finito.

Il dodo, NO. Lui è curioso, ficcanaso, rompipalledinatale, convinto di essere utile o semplicemente troppo impiccione per stare con le sante zampette a posto. Sapevo che sarebbe stato complicato, ma da inguaribile ottimista quale sono, avevo sperato.

Avrei dovuto saperlo dalla musica, apparsa dal nulla mentre tiravo fuori l’armamentario: una musica sepolcrale, non saprei dire se presente solo nella mia testa o anche fuori. Ormai, con un dodo tra i piedi, potrebbe tranquillamente esserci un organista nel cassettone del letto, pronto a suonare quando si avvicinano le apocalissi. Un po’ come il violinista che mi segue da anni, e che interviene per dare maggiore enfasi alle mie facce basite.

Dicevamo: io che mi accingo a tirar fuori gli addobbi dal ripostiglio, suona il requiem, il dodo aguzza i sensi, crescendo musicale, finale con me e le scatole, faccia a faccia col pennuto.

– Coso, capiamoci: io devo decorare per Natale, ok? So che non sai cosa sia Natale, so che magari manco t’importa, ma fregamazza: a casa mia, si decora. Se non ti sta bene, puoi sempre trasferirti dai Brambilla, al piano di sopra, che non comprano nemmeno una lucina e fanno piangere pure il Grinch. Se decidi di restare, abituati a settimane di luci, pallette colorate, profumo di biscotti e Michael Bublé a palla e non azzardarti a parlarmi di consumismo e multinazionali. Intesi? –

I suoi occhi diventano una fessura, come sempre quando mi sta studiando. Giurerei che quando fa così metta le ali sui fianchi, in una posa così simile a quella di mia madre da farmi venire l’ansia, in un riflesso pavloviano. Con una specie di rauco belato di sottofondo (a volte bela, non fate domande), si avvicina lentamente a me e ai pacchi. Godzilla era più veloce, giuro. Ci osserva, ci giudica, ci annusa, come un genitore che cerca di capire se il figlio fumi di nascosto: solo che qua al posto del fumo ci sono innocue palle di Natale, fili d’angelo e lucine cinesi, che al massimo puzzano di plastica sciolta.

Mi si pianta davanti: fissa me; i pacchi; me; i pacchi; me; di nuovo me perché si sta iniziando a confondere da solo; i pacchi. E proprio mentre temo che ci vorranno altre tre ore di ‘sta manfrina, si siede a terra, a zampe aperte, come i bambini sul tappetino da gioco prima di gattonare.

Vedendo che non mi muovo, mi fa un cenno con un’ala a mezz’aria, accompagnato da un suono simile a un – Bbbbbaaah! – .

Dodo del Monte ha detto : posso decorare, purché sotto il suo sguardo vigile.

Prendo ordini da un pennuto scemo che mangia piante finte (e – SPOILER – muschio finto). E se questo vi è sembrato semplice, è perché non avete ancora visto il resto…