Viola giramondo

Particolarmente indicato per:
Chi viaggia, con la mente, col cuore e poi coi piedi, conservando l’animo puro e la capacità di sorprendersi davanti alla bellezza.

Cosa ci troverò?
Amicizia, famiglia, amore, lealtà. Ci troverai un circo di gente bizzarra, persone che si sono un po’ scelte un po’ trovate, e che insieme hanno costruito ricordi per sentirsi meno stranieri.


Viola è un fiore, un colore, uno strumento; è una bambina con gli occhi grandi in cui entra un mondo intero, quello che percorre in lungo e in largo con la sua famiglia di circensi un po’ rattoppati. Mamma francese, papà olandese, è una giovane cittadina del mondo che ama collezionare sassi, perché è un po’ come avere l’intero mondo in una stanza.

E, in mezzo a tante ragazzine che devono crescerere in fretta per salvare sé stesse e gli altri – penso a Eleven di Stranger Things – ci offre un mondo diverso, una possibilità diversa, una purezza di sguardi e intenti che fa prendere aria al cuore. Non corre, non si affretta, si muove serena; non scappa, né deve proteggersi, c’è chi si prende cura di lei. Le è concesso di essere bambina, e di contagiare gli altri coi colori che porta dentro.

Viola giramondo, Bao Publishing

Dove puoi leggere la sua storia?

La trovi in Viola giramondo, una graphic novel del 2014, la prima di una serie di meravigliose perle del duo Turconi/Radice (come lo è del resto la Viola in carne e ossa, figlia degli autori, da cui il personaggio prende il nome). La novel, edita da Bao Publishing, di recente è stata ripubblicata in una nuova edizione, con una storia aggiuntiva e del bellissimo materiale extra (NOTA: il link NON è affiliato, non ci guadagno nulla, manco un’edizioncina variant).

Perché dovresti leggerla?

Be’, magari perché non hai i soldi per fare quel viaggio intorno al mondo che tanto sogni (credimi, ti capisco!): in quel caso, ci pensa Viola a portarti da Parigi, a New York, e poi a Providence, Halifax, e ancora a Venezia e sull’Himalaya e ad Amsterdam e in India.

O perché sognavi di partire col circo, e vivere in un mondo oltre i limiti di ciò che è noto, in cui magia presunta e reale abilità si amalgamano perfettamente per dare forma ai sogni più assurdi. E invece hai un lavoro precario che odi, vivi in un sottoscala di 20mq e ti chiedi ogni giorno perché insisti per una strada che non è tua.

O ancora perché ti senti straniera o straniero, che sia nella tua città, nel tuo Paese, al lavoro, nella tua cerchia di amici, o semplicemente nella tua pelle. Be’, anche in quel caso, il Circo de la Lune ti mostrerà come sia possibile sentirsi a casa quando si è nel posto giusto; del resto, come dice nonno Tenzin, essere straniero tra stranieri non è forse il modo migliore per sentirsi tutti fratelli?

Trama e personaggi

Il sipario si apre sulla Parigi del 1893, la città in cui il Circo de la Lune ha visto la luce, molti anni prima. Viola Vermeer ha una decina d’anni e la testa non tra le nuvole, ma tra i tramonti, visti ognuno in un posto diverso. Viaggia a bordo del suo carrozzone colorato, circondata di libri, pezzi di stoffa con cui ama creare cose, piccoli oggetti raccolti qua e là, e dell’amore della sua famiglia allargata.

Infatti, pur essendo meno corale di altri lavori di Turconi e Radice – penso a Il porto proibito, in cui molti personaggi avevano spazi dedicati -, Viola giramondo riesce comunque a regalarci delle figure che non si limitano a fare da comparse per riempire il vuoto di fondo, ma aggiungono carattere e ricchezza emotiva al testo.

Come non innamorarsi di mamma Amélie, donna cannone dal fisico importante e dalla sfrenata passione per i dolci? O di papà Konrad, entomologo minuto e un po’ svagato, riciclatosi domatore di insetti per seguire l’amore della sua vita? E poi c’è lo zio Arsène, burbero ma con un amore indescrivibile per quella sua nipotina un po’ stramba. Ancora, Samir e Fatima, fratello e sorella, che si sono aggiunti al gruppo in quel di Damasco, insieme allo scimmione Sindbad. E l’orchestrina, e Gennaro che cammina sul filo, e i clown, e tutti gli altri, su cui Noce Moscata e nonno Tenzin vegliano costantemente. Persone diverse che, come dice Viola stessa, lavorano insieme per creare qualcosa di cui nessuno, da solo, sarebbe capace.

Cosa ha lasciato a me

Come sempre nei lavori di questi due autori, i riferimenti a vari ambiti dell’arte e della letteratura non mancano. Si citano La dodicesima notte di Shakespeare, che offre lo spunto per il nome della protagonista, e Le mille e una notte, con lo scimmione che non a caso si chiama Sindbad. Senza contare poi degli special guest di tutto rispetto: il compositore ceco Antonín Dvořák, che diresse il Conservatorio Nazionale di New York e, non a caso, suonava anche la viola, e il pittore francese Henri de Toulouse-Lautrec, notoriamente amante di ultimi, diseredati, e di chiunque sentisse di “non appartenere” in un luogo.

Riassumendo, Viola giramondo è e da molte cose, ma ce ne sono tre che mi sono piaciute particolarmente:

1. è un viaggio in cui, per una volta, quello che conta non è la mèta – anche perché sarà subito seguita da un’altra, come succede nella vita – ma il viaggio stesso, ciò che scegliamo di fare del tempo che ci è dato. Infatti, è una storia che non inizia e non finisce, o almeno non nel senso canonico del termine. Ci è dato di vedere uno spaccato di vita, e poi chissà…

2. non solo non importa dove vai, non conta neppure da dove vieni: una volta che il Circo ti adotta, la tua lingua diventa la loro e la tua storia non sarà mai più inascoltata.

3. colore, colore, colore. Ogni pagina è un’esplosione così forte e bella da ricordarmi le cassette di pastelli che adocchiavo bramosa da bambina (l’hai fatto anche tu, di’ la verità?). Un colore che vive in mezzo ai colori.

E così, mentre Viola apprende le lezioni che la vita le insegna, incluse quelle più dolorose, apprendiamo qualcosa anche noi. Che ci vuole poco, a unire le persone: puoi avere un’orchestrina con sei musicisti che provengono da altrettanti Paesi, e lasciare che la musica permetta loro di capirsi.
Che la nostra vita è in mano nostra, e possiamo sceglierne di farne un’opera d’arte.
E che trattieni veramente solo quando lasci andare.

L.


Il Porto Proibito

Particolarmente indicato per:
Sognatori e sognatrici con una passione per le atmosfere marinaresche.

Cosa ci troverò?
Poesia, coraggio, lo scroscio delle onde sulla riva, la potenza dell’oceano che chiama, il dolore della perdita, la dolce nostalgia del ricordo.


Ho sempre pensato che giungessimo ai libri – o i libri giungessero a noi – nel momento esatto in cui avevamo bisogno di loro; non so se valga per tutti o solo per i lettori accaniti, quelli che si curano a colpi di carta stampata, ma c’è una sorta di magia nel modo in cui le storie ti trovano esattamente quando serve.
Ecco, con Il porto proibito è stato esattamente così: mi ha trovata naufraga in alto mare e in qualche modo mi ha riportata a casa, prima ancora che mi rendessi conto di essere alla deriva.

Che cos’è, esattamente?

Si tratta di una graphic novel del 2015, figlia della collaborazione – artistica e non – tra Stefano Turconi e Teresa Radice, edita da Bao Publishing (e che consiglio di acquistare nella bellissima Artist Edition, se ancora si trova!). Nel 2016, la novel ha vinto il Gran Guinigi a Lucca Comics & Games come “Miglior Graphic Novel” e il Premio Micheluzzi al Napoli Comicon come “Miglior Fumetto”.

Perché dovresti leggerlo?

Innanzitutto per scoprire il mistero legato al porto proibito, un luogo non-luogo, un posto dell’anima che appare e scompare nella nebbia. Non tutti possono vederlo giacché, come dice il vecchio marinaio Monroe, chi l’ha raggiunto non è di certo tornato per raccontarlo. Perché non sei tu che scegli di entrare al Porto… è il Porto che sceglie te.

A Plymouth, nel 1807, Abel, giovane naufrago senza memoria, e Rebecca, tenutaria del Pillar to Post, il bordello locale, incroceranno per caso i loro cammini e si riconosceranno, perché entrambi sono passati dal porto ed entrambi vi dovranno fare ritorno…

Ma Il porto proibito non è la storia di Abel, né di Rebecca: è una storia corale, à la Altman, in cui ogni figura contribuisce a costruire un mosaico affascinante, vivido, complesso e terribilmente umano. Quello che Turconi e Radice creano è un modo brulicante di personaggi, familiari ed esotici al tempo stesso, che ti entrano dentro con tanta forza da spingerti a prendere una pala per scavare nei loro passati e trovare il tesoro che portano con sé. Da dove vengono? Quali strade hanno calpestato? Che ne sarà di loro quando l’ultima pagina sarà stata voltata?

I personaggi

Ci sono le ragazze del Pillar to Post – a cui, per giunta, sono già stati dedicati due meravigliosi spin-off, Le ragazze del Pillar I e II -, bellissime, profumate (anche i profumi riescono a raggiungerti da queste pagine), con corpi morbidi e anime di metallo, che si guardano le spalle quasi come sorelle. Con i suoi capelli di fuoco e una spiccata passione per la poesia, è Rebecca a tenerle unite e a proteggerle da quel mondo crudele che le ha messo negli occhi una tristezza che nessuno può sciogliere né capire.

Ci sono le tre sorelle Stevenson, con la loro fede incrollabile e ingenuità disarmamante, occupate a mandare avanti a fatica la locanda di famiglia dopo che il loro padre, il Capitano Stevenson, è fuggito – così si dice – con un tesoro, tradendo la patria e l’equipaggio della HMS Explorer.

C’è Nathan McLeod, il capitano di quella Last Chance che ha salvato Abel dai flutti, un omone grande e grosso, con il cuore vasto quanto l’oceano intero. Ama la bella Rebecca di un amore puro, che lei ricambia con la stessa intensità. Sono i loro gli sguardi più belli e intensi della novel. E sono sue, di Nathan, le parole che più mi sono risuonate dentro la prima volta che ho sfogliato queste pagine.
Parlando con il suo vice, Yasser Allali, McLeod racconterà di come per anni abbia desiderato essere come il mare, libero e slegato da tutto: perché se non hai a cuore nulla resti inattaccabile dalle tragedie, inaffondabile. E poi a un certo punto succede, e te ne rendi conto: ero pieno, pieno di… mancanza. Mi ero riempito di assenze, e mi pesavano addosso senza che riuscissi a scrollarmele via perché… come puoi liberarti di quel che non hai?

Cosa ha lasciato a me

Da L’isola del Tesoro a Master and Commader, dalle sea shanties dimenticate a Wordsworth e Coleridge, da Shakespeare alla Bibbia, tutto ciò che sul mare e del mare è stato scritto, detto, composto o musicato confluisce in qualche modo qui, arriva fino al porto proibito, e ne fa la sua casa. La matita soave di Stefano Turconi plasma per noi un mondo in bianco e nero, nato dai rottami recuperati tra i naufragi del tempo, e ne fa velieri, pirati, mari in tempesta, cittadine di mare, il tutto disposto con grazia estrema in tavole di una bellezza sconvolgente; la penna potente di Teresa Radice lo popola di storie così vere e umane e affascinanti che mi spingono a tornare a Plymouth periodicamente, sulle note di violini e vecchie ballate, come un appuntamento a cui non posso mancare.

Nelle ultime pagine ho trovato una delle lettere d’amore più belle che potessi leggere, e una promessa: coloro che amiamo e abbiamo perduto non sono più là dov’erano, ma dovunque noi siamo.
A te, che non sei finit* qui per caso, dico fatti un favore e sfoglia queste pagine. E dopo, solo dopo, spiega le vele.

L.